sabato 14 febbraio 2009

La Corona del Rosario


Fintantoché nelle nostre mani non tornerà la dolce corona...
Che triste tempo è il nostro! Perché? Perché ab­biamo perduto Dio.
E guardate, non c'è via di salvezza. Se vogliamo essere salvi la via è una sola: Maria Santissima col suo Cuore Immacolato.
Ma fintantoché nelle nostre mani non tornerà la sua dolce corona - io ci spero poco - la salvezza sarà un' illusione.
Se ci ritorna la corona del Rosario, allora si me­dita un po' di più la nostra vita cristiana, allora capiremo un po' di più le virtù cristiane, e tanta cattiveria del nostro cuore andrà via perché diven­teremo più virtuosi, sapremo esercitare di più la ca­rità, sapremo essere meno egoisti, sapremo distac­carci da tante cose materiali che ci portano ad un' inquietudine continua. Impareremo ad osservare di più i Comandamenti di Dio, a seguire di più la Chiesa fondata da Gesù Cristo, ad essere luce per tutti gli uomini nostri fratelli.

Un quarto d'ora a Maria: il Rosario quotidiano
Consacrate ogni giorno un quarto d'ora al Ro­sario di Maria.
Cercate di darglielo questo quarto d'ora. E' un quarto d'ora, guardate che cosa richiedono i misteri, e non sia quella una preghiera ciancichiata in qual­che modo ...
Alle volte, quando vado a letto presto, metto la sveglia alle 2,30. Mi alzo, mi dico un Rosario. Ci metto un'ora.
Beh! Nel santo Rosario ci trovo la Bibbia, tutto quel grosso volume messo lì nella forma più sem­plice. Ci trovo i quattro Vangeli. Quindi ci trovo la venuta di Cristo, la mia redenzione, la mia vita cristiana, e inoltre la mia vita religiosa, perché lì, nei misteri del Rosario, c'è l'umiltà, c'è il distacco dalle cose della terra, c'è la carità nel trattare con gli altri. C'è tutto.
Allora comincio a pensare: ma mi comporto bene? Faccio io come dice il Vangelo, come dice questo Rosario? Penso al Padre Nostro? ...

Validità del Rosario
La preghiera che la Madonna - specialmente la Madonna invocata sotto il titolo di Madonna di Fatima - desidera di più è il Rosario.
Oggi questa preghiera è molto combattuta: la combattono coloro che si dicono sapienti. Essi l'han­no già abbandonata perché per loro è una preghie­ra che non dice più niente, è un inutile ripetersi di parole.
Mi fanno pena, mi fanno veramente pena.
Nel Rosario della Madonna c'è contemplata la vita di Gesù, la vita di Maria e la nostra vita cri­stiana. Quindi è cosa validissima.
Perché il cielo insiste tanto sulla recita del Ro­sario?
Perché nei misteri del Rosario c'è tutto il Van­gelo. Ma purtroppo il santo Vangelo è poco cono­sciuto, poco meditato, e di conseguenza anche poco vissuto.
E' proprio nella recita al Rosario che si torna al Vangelo, si torna ad essere veri discepoli di Gesù.
Il Cuore Immacolato di Maria è un mare di grazia che si riversa sulle anime a Lei consacrate

II Santo Curato d'Ars e il Rosario
La Madonna è viva, non è morta.
Con la Madonna si parla e si conversa quando si prega, e in particolare quando la si prega col san­to Rosario, perché il Rosario mi fa meditare e mi fa chiedere aiuto per mettere in pratica quello che ho meditato.
Quando si trattò di ordinare sacerdote il santo Curato d' Ars, per la poca capacità nello studio, il vescovo chiese: « Sa dire il Rosario? ». Gli fu ri­sposto : « Molto bene ». Allora il vescovo disse: « Ordiniamolo chè sarà un buon prete ».
Quando un postulante, un frate, una suora, un seminarista, non ama il Rosario, mandatelo via per­ché non sarà mai un buon prete o una buona suora.

da: ("Vivere il Messaggio di Fatima" di Fratel Gino)

Vivere il Messaggio di Fatima


La Madonna a Fatima richiama i suoi figli
Quando un figlio non segue la strada retta, in­segnata dai genitori, la prima, pronta a intervenire e a richiamare, è sempre la mamma. In mille modi essa cerca di far capire al figlio il dispiacere che ha arrecato a suo padre e la gravità del disprezzo per tutto quello che ha fatto e che fa per il suo bene. E al richiamo aggiunge anche i duri provve­dimenti che il padre prenderà se lui non cambia.
La Vergine di Fatima, Mamma nostra, ha lascia­to il cielo e coi suoi richiami è luce per tutti i suoi figli.
« Ritornate sulla via della luce », dice la Ma­donna, « fate quanto il vostro Padre vi dice. Se non fate ciò, per voi ci saranno i suoi provvedimenti; una nuova guerra si scatenerà sul mondo, vi saran­no distruzioni, fame, nazioni soppresse, la fede sa­rà combattuta e perseguitata. Tutto questo sarà scongiurato se ritornerete alla vita cristiana ».

Che cosa ci Chiede la Madonna
La Madonna già ci avvertiva di queste cose. Ma l'uomo è rimasto sordo.
Che la Vergine santa ci converta tutti, perché ab­biamo bisogno di un'autentica conversione.
Ci chiese poche cose. Ci chiese una preghiera, e ce ne additò una particolare: « Dite il Rosario, dite il Rosario! ».
E anche ai bambini: « Dite il Rosario, bambini, perché la guerra finisca e i peccatori si convertano ». Ora è arrivato anche il tempo in cui i cristiani hanno abbandonato anche il Rosario, hanno conte­stato il Rosario. E' triste!
Che cos'è il Rosario? E' il Credo: il nostro Credo. Recitato insieme con la Madonna, un cristiano non può fare a meno, almeno per venti minuti, un quarto d'ora, dieci minuti, di meditare tutti i giorni i misteri della nostra santa fede.

La Madonna contro il peccato

Già nel 1917 la Madonna vedeva che l'uomo, in­vece di amare il vero Dio, avrebbe amato il falso dio, il peccato.
Oggi la parola "peccato" per la maggioranza degli uomini è niente. Non si ha paura del peccato. Guardate, i tre quarti dell'umanità, oggi, sono distrutti dal cancro: intendo cancro, malattia fisica, in questo momento. Tutti hanno paura.
Eppure c'è un altro cancro che fa continuamente versare tante lagrime, e di quello non si ha paura. Io ne ho paura.
Ed è il cancro vero, quello del peccato. L'altro, si sa, prima o dopo sarà superato e d'altra parte que­sto mondo una volta o l'altra dovremo pure lasciar­lo. Ma l'altra bestia, l'altro cancro, quello veramente mi mette paura.
Quanto dolore sta seminando nel mondo il pec­cato! Quanto odio! Quanta disonestà! Quante lagri­me di dolore fa versare!
Nel tempo addietro quando si leggeva la Storia Sacra e si leggeva di Caino e di Abele - io mi ricordo - mi faceva male.
Oggi nel cuore di tanti uomini, anche uccidere il proprio fratello è diventata una cosa da niente. Questo è il cancro.

Il peccato è la morte
Se c'è l'amore non c'è peccato.
Se Dio lo amo, non lo posso offendere. Noi si offende Dio perché ci manca l'amore verso Dio. Che cosa fa il cadavere?
Il cadavere ha un cervello, però non agisce più, non pensa più. Ha degli occhi, però non vede più. Ha delle orecchie, però non sente più. Ha un cuore, ma non batte più, non ha più amore, non ha più desiderio, non ha più volontà. E' un cadavere. Quanti cristiani sono dei cadaveri! Cristo non l'hanno più nella mente, non l'hanno più nel pen­siero, non l'hanno più nel cuore.
Non hanno più affetto per Lui, non hanno più desiderio di seguire Lui, non hanno più amore per Lui.
Il loro pensiero, oggi, l'unico - sembra quasi che non ce ne siano altri - è il piacere della carne.

La preghiera
La Madonna, Madre amorosa, ci ha indicati i mezzi validissimi per essere buoni cristiani.
Il primo è la preghiera.
Ecco il grande mezzo per parlare con Dio e ri­manere a Lui uniti.
I nostri fratelli Santi, i quali come noi sono passati su questa terra, avendo capito il valore della preghiera, sono stati grandi uomini di preghiera.
Un tale, di stile " moderno ", mi ha saputo dire in questi giorni che la preghiera è una perdita di tempo e che, del resto, oggi tutto è preghiera. Buona scusa per non pregare.
Vi assicuro che da quel giorno prego sempre il Signore con queste parole: « Signore, quando le mie ginocchia si piegano davanti a Te, allontana da me il pensiero che stia perdendo del tempo.
La Madonna, poi, come preghiera, ha insistito sulla recita del santo Rosario.

Ritorniamo al Santo Rosario!
C'è bisogno che ci aggrappiamo tutti al manto della Madonna: che tutti torniamo a tenere il Ro­sario in mano!
Ma se non lo riprende in mano il pastore, non si può pretendere che lo riprenda la pecora.
Cari sacerdoti, non l'avete più voi il Rosario in mano. Ma non ce l'hanno neanche le vostre fami­glie cristiane! E ve le
vedete andare a rotoli.
Non c'è più il Rosario di Maria nelle famiglie, ma ci avete visto arrivare il divorzio, le separazioni, le discordie.
Nella famiglia non c'è più la preghiera, e la man­canza di preghiera li tiene lontani anche dai sacra­menti.
Dove mancano queste cose, preghiera e sacra­menti, state tranquilli, ci manca tutto. E anche la famiglia va a rotoli.

da: ("Vivere il Messaggio di Fatima" di Fratel Gino)

sabato 7 febbraio 2009



CHE COS’E’ L’EUCARISTIA?
Dell’Arcivescovo Angelo Comastri

L’Eucaristia è il gesto dell'amore eccessivo di Cristo reso presente nel segno sacramentale, affinché diventi il nostro quotidiano nutrimento, cioè diventi la nostra vita, personale e ecclesiale in­sieme. In ogni Eucaristia, infatti, si compiono que­ste parole di Gesù: "Pa­dre giusto, il mondo non ti ha conosciuto, ma io ti ho conosciuto, e questi sanno che tu mi hai man­dato. E io ho fatto cono­scere loro il tuo nome e lo farò conoscere, perché l'amore con il quale mi hai amato sia in essi e io in loro" (Gv 17,25-26). In ogni Eucaristia noi entriamo in comunione con il gesto salvifico della Croce, che è gesto di amore supre­mo, per diventare sempre di più un popolo che ama con lo stesso amore di Cristo e, di conseguenza, per essere il suo corpo ecclesiale.
I racconti dell'istituzione dell'Eucaristia, nei quali già si riflette una Chiesa che viveva di Eucaristia, non lascia­no ombra di dubbio: Gesù nell'ultima cena ha offerto da mangiare il suo ‘Corpo dato’ e il suo ‘Sangue versato’. Cioè: nei segni sacramentali del pane e del vino, Egli ha consegnato - perché sia assunta, perché sia fatta propria, perché diventi ispirazione e sorgente di vita - la Sua pas­sione, il Suo atto di offerta, la Sua vita nella condizione della suprema carità.
L'autore della Lettera agli Ebrei osserva: "Se il sangue dei capri e dei vitelli e la cenere di una giovenca, sparsi su quelli che sono contaminati li santificano purifican­doli nella carne, quanto più il sangue di Cristo, che con uno Spirito eterno offrì se stesso senza macchia a Dio, purificherà la nostra coscienza dalle opere morte, per servire il Dio vivente?" (Eb 9,13-14).
Gesù Crocifisso e Risorto è, davanti al Padre, nel gesto eterno dell'offerta d'Amore per la salvezza dell'umanità. Questo gesto si rende presente nella Santa Eucaristia come pane che ci nutre e come vino che ci dis­seta, affinché anche noi diventiamo un popolo incendiato dall'amore di Dio. Nella seconda epiclesi (= invocazione) della secon­da Preghiera Eucaristica diciamo: "Ti preghiamo umilmente: per la comunione al Corpo e al Sangue di Cristo, lo Spirito Santo ci riunisca in un solo corpo". L'Eucaristia ha questo scopo: renderci un solo popolo nelle cui vene spirituali circola l'amore di Dio. Noi non dobbiamo difenderci dall'Eucaristia (come spesso acca­de!), ma dobbiamo aprirci al suo dinamismo e lasciarlo operare pienamente in noi. Così diventeremo roveti ar­denti nel buio e nel freddo del mondo!
Malcom Mudgeridge, giornalista della BBC, nel 1969 venne inviato a Calcutta per realizzare un docu­mentario sulla eroica vita di Madre Teresa di Calcutta e delle sue suore.
Il giornalista, appena giunto a Calcutta, andò a visita­re la prima Casa di Madre Teresa: erano due enormi stanze, nelle quali venivano raccolti e amorevolmente assistiti i moribondi trovati abbandonati lungo le strade dell'enorme città indiana. Lo spettacolo era impressio­nante e... anche ripugnante: però l'amore delle suore riscattava il luogo e lo rendeva un abbraccio di calda misericordia. Molti poveretti morivano, ma sorridevano; gli ammalati erano denutriti, ma avevano gli occhi illu­minati dall'amore incontrato in quella casa; e Madre Teresa, con le sue suore, appariva come una lampada splendida nella notte buia dell'egoismo del mondo.
Il giornalista, a bruciapelo, chiese a Madre Teresa: "Dove trovate la forza per vivere qui, in mezzo a tanto dolore e a tanta miseria?". Madre Teresa prontamente soggiunse:
"La nostra forza è l'Eucaristia!".
Il giornalista inglese, che non era credente, rimase col­pito. Ritornò a Londra, ma continuò periodicamente a frequentare la Casa dei Moribondi, nella quale aveva percepito l'esistenza di un'altra Vita.
Dopo alcuni anni, chiese il Battesimo e divenne cattolico. E dichiarò: "Ho chiesto il Battesimo e desidero diventare cattolico per ricevere quella Eucaristia che in quelle suore produce il miracolo dell'amore: voglio viverlo anch'io!".
E, prima di morire, confidò: "Questo è il cuore del cristianesimo: l'Amore vale più di tutta la cultura!".
Malcom Mudgeridge è un uomo convertito dal fuoco di amore acceso dall'Eucaristia nel cuore credente di alcune suore.
Prendiamo una decisione: dopo la Messa andiamo anche noi a portare l'Amore di Cristo a qualche povero o a qualche sofferente che vive accanto a noi!

Il comandamento dell'amore
Ora ben comprendiamo che il comandamento dell'amore è strettamente legato al sacramento dell'amore, che è l'Eucaristia. Cerchiamo di capi­re il ‘perché’, andando a visitare i vari racconti dell'istituzione dell'Eucaristia. In tali racconti noi troviamo un particolare illuminante: tutti gli evan­gelisti sottolineano che Gesù, nel momento in cui ha istituito l'Eucaristia e l'ha donata alla Chiesa, ha fatto riferimento al sacrificio dell'alleanza (Lc 22,20: "Questo calice è la nuova alleanza nel mio sangue, quello versato per voi").
Ma noi sappiamo, esattamente dal racconto del primo sacrificio dell'alleanza riportato in Esodo 24, che non può esistere alleanza senza una "legge di alleanza" e senza l'impegno di osservare questa legge. Mosè, infat­ti, nel momento culminante dell'alleanza del Sinai, asperge con il sangue l'altare, che
rappresenta Dio, e poi, prima di aspergere il popolo con lo stesso sangue, pro­clama la legge dell'alleanza e tutto il popolo esclama: "Tutto quanto Jahvè ha detto, noi lo faremo e obbediremo" (Es 24,7).
Soltanto dopo questo impegno formale, Mosè pronun­cia le parole, che poi verranno riprese da Gesù, e dice: "Ecco il sangue dell'alleanza, che Jahvè ha stretto con voi mediante tutte queste parole" (Es 24,8).
Il popolo di Israele conosceva bene tutto questo e chiaramente non poteva concepire un sacrificio di alleanza senza una legge di alleanza. Se Gesù, allora, ha compiuto il sacrificio della nuova alleanza donando il suo Corpo e il suo Sangue per la nostra salvezza e se ha voluto regalarci il sacramento del sacrificio della nuova alleanza, che è l'Eucaristia, non poteva non donarci anche la legge della nuova alleanza.
Tale legge è il comandamento nuovo, riferito da Gio­vanni nel suo racconto della cena: "Quand'egli fu uscito, Gesù disse:
“Vi do un comandamento nuovo: che vi amiate gli uni gli altri, come io vi ho amato, così amatevi anche voi gli uni gli altri. Da questo tutti sapranno che siete miei discepoli, se avrete amore gli uni per gli altri (Gv 13, 34)”.
I Sinottici (Matteo, Marco e Luca), nei loro racconti dell'istituzione dell'Eucaristia, non riferiscono questo particolare perché apparteneva alla quotidiana esperien­za della comunità cristiana (basta leggere Atti 2,42-48 e Atti 4,32-35) e, pertanto, era una ovvietà. Giovanni, in­vece, scrive per ultimo e lo Spirito Santo gli suggerisce di fermare per iscritto il racconto del dono del comanda­mento nuovo, affinché nutra continuamente la memoria dei discepoli. E ce n'è bisogno!
In ogni Eucaristia, pertanto, mentre celebriamo il sacrificio della Nuova Alleanza, noi dobbiamo sentire la voce di Gesù che ci ricon­segna il comandamento della Nuova Alleanza, cioè il comandamento che ci permette di farci rico­noscere come autentici di­scepoli di Gesù: il coman­damento dell'amore!
Sant'Ignazio di Antio­chia, che scrive agli albori del secondo secolo cristia­no, usa una terminologia, che profuma di Eucaristia vissuta. Egli, scrivendo ai cristiani di Smirne, conse­gna loro il saluto della comunità cristiana di Tro­ade e dice: "Vi saluta la carità di Troade". La co­munità cristiana viene chiamata carità! È im­pressionante! Si capisce, allora, anche il senso pre­gnante delle parole usate da sant'Igna
zio per saluta­re la Chiesa di Roma. Egli dice: "Ignazio, chiamato anche Teoforo, alla Chie­sa che è oggetto della mi­sericordia e della munifi­cenza del Padre altissimo e di Gesù Cristo, suo uni­co Figlio; amata e illumi­nata per volontà di Colui che ha voluto tutte le cose che sono, secondo la carità di Gesù Cristo, nostro Dio; che in Roma presiede santa, venerabile, degna d'essere chiamata beata, meritevole di lode e di felice successo; adorna di candore, che presie­de la carità, depositaria della legge di Cristo e insignita del nome del Padre. Questa Chiesa io saluto nel nome di Gesù Cristo, figlio del Padre". Presiede la carità vuol dire: presiede la comunità. Che grande messaggio!
Questa freschezza evangelica vinca le incrostazioni dell'abitudine e della smemoratezza e ci riporti alla novi­tà sorgiva del Cenacolo: ciò può accadere in ogni cele­brazione dell'Eucaristia. E questo è il miracolo che deve accadere ogni domenica... quando partecipiamo vera­mente alla Santa Messa.

Un fatto impressionante
Nel 1939, subito dopo l'inizio della seconda guerra mon­diale, a tutti i tedeschi fu distribuita una tessera annonaria: e il razionamento del cibo durò in Germania fino al 1948! In quei nove anni, un solo cittadino - anzi una cit­tadina - non ebbe il diritto a quella tessera: le era stata ritirata subito con la moti­vazione ufficiale che non ne aveva bisogno, visto che non mangiava e non beveva nulla. Così anche la pesante burocrazia del Terzo Reich nazista rendeva testimo­nianza, suo malgrado, della verità di uno dei casi più clamorosi della storia: il caso di Teresa Neumann di Konnersreuth (Germania), che per trentasei anni inin­terrotti si è nutrita soltanto di Eucaristia: e ogni setti­mana, dalla notte del giove­dì sino al mattino della do­menica, riviveva nella sua carne tutto il mistero della passione-morte-risurrezio­ne di Gesù.
Teresa Neumann è mor­ta nel 1962, a sessanta­quattro anni. Era nata nel 1898 e, all'età di vent'an­ni, si procurò una lesione alla spina dorsale mentre correva in soccorso dei vicini ai quali si era incendiata la cascina. Ne ricavò prima una paralisi alle gambe e poi, per un'altra rovino­sa caduta, anche la cecità totale.
Il padre, tornato dal fronte nel 1919, le portò dalla Francia una immaginetta di una giovane carmelitana non ancora conosciuta in Germania: si chiamava suor Teresa di Lisieux!
Teresa Neumann cominciò a pregarla e il 29 aprile del 1923, giorno della beatificazione della piccola carmelitana francese, ella riacquistò di colpo la vista. Due anni dopo, il 17 maggio 1925, mentre Pio XI a Roma dichia­rava Santa la carmelitana di Lisieux, Teresa Neumann ritrovò l'uso perfetto delle gambe.
Un anno dopo, nel periodo pasquale, la giovane conta­dina tedesca scopriva che nelle sue mani, nei piedi, nel costato e anche sul capo le erano apparsi i segni della Passione di Gesù: da allora, per trentasei anni, nella notte di ogni giovedì entrava letteralmente nei racconti evan­gelici a partire dall'Ultima Cena; e, come in tempo reale, accompagnava Gesù sino alla morte nel primo pomerig­gio del venerdì, mentre le ferite si aprivano nel suo corpo e sanguinavano copiosamente; alle ore 15.00 del venerdì cadeva in un sonno profondo dal quale si risvegliava gioiosa, con le ferite richiuse, il mattino della domenica. Da quando cominciarono questi fenomeni, Teresa Neumann per trentasei anni non mangiò né bevve nulla, assumendo soltanto ogni mattina la Santa Comunione. I medici invitati per controllarla, giorno e notte, partivano dallo scetticismo per approdare a clamorose conversioni di fronte alla stupefacente e inimmaginabile verità:
Tere­sa si nutriva soltanto di Eucaristia!

lunedì 26 gennaio 2009


In Maria non vi è notte, perchè il Lei non c'è mai stato nè peccato, nè la minima ombra di colpa. Maria è un luogo santo, il santo dei santi dove i santi sono formati e modellati.

S.Luigi Maria Grignion da Montfort

venerdì 9 gennaio 2009






Perché una lettera pastorale sull'Eucaristia e la famiglia? Per imparare ad amare! Infatti, se contempliamo l'Eucaristia, impariamo ad amare nella verità: e la famiglia è il primo luogo dove le persone si vogliono bene. Subito ci vengono in mente non poche situazioni familiari in difficoltà: coppie più e meno giovani che dubitano del loro amore, che si lasciano; genitori e figli che attraversano contrasti anche aspri e dolorosi; rapporti difficili con le famiglie di provenienza. È fuori dubbio che l'amore è una realtà preziosa e delicata: quando è custodita e alimentata, allora diventa una forza straordinaria, nessuna prova può spegnerla, diventa più forte della morte. Non si può vivere senza amore. Senza amare e senza essere amati, la vita diventa sterile e ci sentiamo come un ramo secco. Anche le altre cose belle (la salute, il lavoro, le relazioni...), se non sono animate dall'amore, perdono valore, scolorano, causano soddisfazioni ma non riempiono il cuore. Il valore più importante e decisivo è la fede che ci apre a Dio; che illumina le prove e i dolori; che dona senso alle gioie; che svela il nostro destino. Ma la fede, in definitiva, è credere all'amore di Dio; è affidarsi al suo abbraccio; è rispondere con l'amore dei figli. Sì, la fede ci riporta nell'orizzonte caldo dell'amore. La divina Eucaristia è il sacramento vivo di quest'Amore che ci abbraccia, illumina la vita e ci insegna ad amare. È una permanente scuola d'amore. È per questo che gli sposi - ma anche i nostri ragazzi, i giovani, i consacrati - dovrebbero continuamente porsi a questa scuola che, mentre ci insegna la difficile arte di amare, fa fare l'esperienza di ciò che insegna. Ma perché amare, pur essendo bello, è difficile, tanto che non di rado i legami si spezzano? Sembra che oggi si abbia paura dell'amore: di amare e di essere amati. L'amore, infatti, mette in gioco; chiede serietà e solidità interiore. Oggi, invece, si dicono troppe bugie sull'amore. Così si crede che sia quasi un gioco, un'emozione forte che deve sempre gratificare. Quando ciò non accade, allora si resta delusi e si cambia.





Amare è donarsi
L'Eucaristia è la ripresentazione del sacrificio del Calvario. Sulla croce, Gesù ha dato la vita per noi: "Nessuno ha amore più grande di questo: dare la vita per i propri amici" (Giovanni 15,13). [..] Questo è l'amore! Chi, nel rapporto sponsale, ha paura di perdere se stesso, qualcosa della sua libertà; chi non è disposto a rinunciare per andare incontro all'altro, per diventare "una sola carne" come dice la Bibbia (cfr Genesi 2, 24), non gusterà mai la bellezza vera dell'amore. Continuerà a ritenere di poter fare tutto come prima del matrimonio - abitudini e preferenze - mentre deve tener conto che non è più solo. È nato un nuovo "noi". Penserà che l'amore è solo godimento e mai rinuncia, è solo prendere e non anche dare, è sempre gioia e mai sofferenza; è solo esaltazione emotiva e non scelta che resiste al movimento delle sensazioni e delle emozioni. A volte, anche in questo delicatissimo campo, sembra dominare il criterio dell'efficienza secondo il quale l'amore deve essere un'esperienza sempre facile, e che ogni prova o ferita siano insuccessi da cancellare al più presto. Ma l'Eucaristia insegna diversamente: ci ricorda che l'esperienza dell'amore è soprattutto dono di sé, anche quando ciò è costoso. E in questo non scompare l'amore; anzi, sta qui la prova della sua verità e della sua forza, il terreno privilegiato della sua crescita. Gesù si rivela Re del mondo quando dona la vita per il mondo che ama. Oltre che nel cuore del Padre, la sua gioia sta nell'offrire la sua vita perché l'uomo viva!





Amare per sempre...
"Io sono con voi tutti i giorni, fino alla fine del mondo" (Matteo 28,20). L'Eucaristia è il segno sacramentale più commovente della presenza reale di Cristo.
- Nelle cose quotidiane. Amare è stare vicini anche quando si è fisicamente lontani: vicini con tutto se stessi per sempre, nell'assoluta fedeltà del pensiero, del cuore e del corpo. L'impegno oggettivo del matrimonio riguarda tutta la vita, qualunque cosa accada, perché è un impegno d'amore. Se fosse solo un'attrazione, delle emozioni intense, non sarebbe amore: la prima passa e si trasforma negli anni, l'amore resta. Amare allora vuol dire essere "fedele sempre: nella gioia e nel dolore, nella salute e nella malattia", così come gli sposi si promettono davanti all'altare. L'Eucaristia, nella sua solenne semplicità - come non pensare all'intimità del cenacolo? -, ci ricorda che la fedeltà del cuore si esprime innanzitutto nelle piccole cose quotidiane. A volte, invece, la ripetizione dei doveri quotidiani - in casa, tra i coniugi, verso i figli, i malati, gli anziani, gli amici... - viene sentita più come monotonia e peso anziché come volto concreto e fedele dell'amore. Può nascere la voglia della fuga, della ricerca di esperienze diverse: si evade, ci si avventura in novità che danno iniziali vibrazioni ma, in fondo, svuotano l'anima. - Nelle tentazioni. Non bisogna illudersi: i momenti della prova vengono. L'amore è sempre insidiato: dentro e fuori di sé. "Dentro", a causa dei nostri umori o di circostanze particolari. Ci vuole una grande pazienza! Se l'amore è solo esigente e non impastato di pazienza, è amore? "Fuori", perché le occasioni di altre sponde disponibili, che promettono emozioni nuove, sono presenti ovunque. Sentire che non si è insensibili a queste presenze non deve trarci in inganno mettendo in dubbio le scelte fatte. Bisogna resistere all'insidia del dubbio, stroncarlo sul nascere. È semplicemente falso. Quanto più lo si lascia crescere nella mente, tanto più diventa un pensiero fisso, alla fine una convinzione. È la premessa del tradimento e della rottura. Gesù Eucaristia, presente nel tabernacolo delle nostre chiese, è sempre lì, non ci tradisce mai. - Nel perdono e nella fiducia. Nella divina Eucaristia si celebra l'alleanza dell'uomo con Dio: la conferma e la rinnova. È un'alleanza d'amore perenne. Anche quando questo patto noi lo tradiamo con i nostri peccati, quando veniamo meno all'amore, Gesù ci accoglie con misericordia e ci ridona fiducia per ricominciare. Così, con la forza dell'Eucaristia, l'amore umano è chiamato al perdono e alla fiducia. Perdono con chi ha sbagliato trascurando o tradendo l'amore; fiducia da ridare perché si possa riprendere la strada non come prima, ma ancor più di prima. L'amore trascurato o tradito è messo duramente alla prova, ma ne può uscire fortificato e splendente. Basta che ci siano il desiderio e la decisione, la grazia di Cristo non manca!





Amare è intimità
La Celebrazione Eucaristica è intessuta di parole, di silenzi, di gesti. Così come ogni rapporto d'amore.
- Si nutre nel raccontarsi delle persone, nell'aprire - in solitudine - il cuore e svelare pensieri e sentimenti, difficoltà e speranze. Non si può correre sempre. Bisogna fermarsi e dare spazio all'ascolto reciproco, fatto di attenzione umile e affettuosa. Esso è assolutamente necessario per difendere e coltivare il rapporto, altrimenti ci si allontana progressivamente e, col tempo, ci si scopre estranei pur vivendo nella stessa casa. La comunicazione delle anime è più necessaria di tante esperienze spensierate. - È necessario il silenzio! C'è un silenzio che esprime distanza, indifferenza, a volte ostilità. Ma c'è un silenzio che è vicinanza d'amore, discrezione; intriso di pazienza e rispetto per i tempi dell'altro. Il silenzio diventa così una forza di comunicazione. Come nella preghiera, nella quale l'assenza di parole non è dire nulla a Dio, ma esporgli l'anima che Lui sa leggere meglio di noi. - Si alimenta anche di gesti. Anche il gesto è una forma importante di comunicazione. La Liturgia ne è un grande esempio: porsi in ginocchio, seduti, in piedi, l'incenso, i fiori, i colori, i diversi riti, i simboli... tutto esprime la fede in Cristo. Così l'amore si manifesta anche con il linguaggio dei gesti, se questi non sono sciupati dalla superficialità, dall'impazienza del voler bruciare le tappe, dalla volgarità. Ogni gesto di tenerezza è un respiro per l'amore. Solo in questo contesto, il dono reciproco e totale degli sposi - anima e corpo - trova il suo vero significato e la sua nobiltà. Un gesto da fare insieme è certamente la preghiera: nulla vale più della preghiera perché l'amore si purifichi, si rafforzi e cresca nella verità. È quanto raccomando in particolare a tutti gli sposi cristiani: pregate insieme ogni giorno e partecipate alla Santa Messa festiva, sorgente e scuola dell'amore.





Amare è fecondità
Con la croce Gesù ci ha fatti rinascere alla vita di figli di Dio. Non c'è amore vero senza fecondità, cioè senza che altri nascano alla vita grazie al nostro amore e al nostro sacrificio. Non si tratta solo della grande grazia dei figli per chi è sposato. Si tratta di mettersi a servizio con serietà e generosità di intelletto e di cuore. A servizio di chi ha bisogno: dei figli propri o altrui, degli anziani e dei malati, dei deboli e dei poveri, della comunità cristiana. Sapendo che quanto più doniamo amore attorno a noi, tanto più si accende la speranza. È la vita! E ricordando che Gesù ha reso gli sposi segno visibile dell'amore indissolubile e fecondo di Dio per l'umanità. È il sacramento del matrimonio.
Cari Fratelli e Sorelle, accogliete questa lettera con affetto così come io l'ho scritta. Spero che possa esservi di qualche aiuto per crescere nell'amore e, se è il caso, per superare qualche difficoltà. Penso in modo particolare, ma non esclusivo, ai giovani che si preparano al matrimonio, e agli sposi. Ma anche a quanti, giovanissimi e forse frastornati da troppi messaggi distorti, hanno bisogno di comprendere meglio la finezza e la bellezza dell'amore. Vi porto nella mia preghiera e nel mio cuore di Padre e Pastore, e vi benedico. Maria Santissima, Regina di Genova, ci sostenga col suo amore di Madre.





Angelo Card. Bagnasco

domenica 7 dicembre 2008

LA PREGHIERA


La preghiera respiro dell’anima

La preghiera è il respiro dell’anima; come non possiamo vivere senza respirare, così l’anima non può vivere senza la preghiera. La preghiera è un dialogo d’amore con Dio. La preghiera vocale è un colloquio spontaneo con Dio; può essere anche una preghiera letta, come un salmo o una preghiera conosciuta a memoria, come il Padre nostro o l’Ave Maria. Non deve essere mai una recita frettolosa e meccanica, non deve essere un monologo, senza dare a Dio il tempo per parlarci. La vera preghiera deve partire dalla mente e dal cuore e inizia quando incominciamo a instaurare un dialogo d’amore con Dio La preghiera mentale, detta anche orazione mentale o meditazione, è una riflessione sulla parola di Dio, sulla vita e gli insegnamenti di Gesù, per capire che cosa il Signore vuole da noi; la riflessione deve diventare poi un dialogo con Dio, per lodarlo, amarlo, invocarlo perché ci aiuti a cambiare la nostra vita. Gesù raccomanda continuamente la preghiera con l’esempio e la parola. Prima di compiere qualsiasi atto importante della sua vita, Gesù si mette in preghiera. Passa notti intere in preghiera o si alza presto al mattino e sceglie luoghi solitari per pregare. (Mc 1,35; 6,46; Lc 6,12; Lc 9,28; Mt 26, 36 ss).Gesù pregava tanto assorto in Dio, che gli apostoli ne rimanevano incantati, tanto che una volta gli chiedono: «Signore, insegnaci a pregare» (Lc 11,1) e Gesù insegna loro il «Padre nostro», una preghiera mirabile, spesso sprecata, perché detta male. Gesù parla della «necessità di pregare sempre, senza stancarsi mai» (Lc 18,1). Raccomanda: «Pregando, non sprecate parole come i pagani, i quali credono di venire ascoltati a forza di parole» (Mt 6,7). Prima della passione, passa le ultime ore di libertà in preghiera e raccomanda agli Apostoli: «Vegliate e pregate per non cadere in tentazione» (Mt 26,41).San Paolo scrive: «Fratelli, state sempre lieti, pregate incessantemente, in ogni cosa rendete grazie» (1Ts 5,16) e ancora:«Pregate incessantemente con ogni sorta di preghiere e suppliche nello Spirito» (Ef.6,18).Maria, gli apostoli e i primi discepoli, in attesa della Pentecoste, erano nel Cenacolo «assidui e concordi nella preghiera» (At 1, 14). La preghiera vera deve essere «assidua e concorde», se vuole essere una preghiera gradita a Dio. La preghiera deve essere poi assidua, cioè «perseverante»: è la parola che ricorre con più frequenza quando la Bibbia parla della preghiera. Pregare con perseveranza
non significa pregare con molte parole, significa non smettere di bussare, non smettere di sperare e di amare, non arrendersi mai. La preghiera deve essere poi concorde: per parlare con Dio, bisogna stare in pace con i figli di Dio. È la prima condizione della preghiera cristiana, come ha detto Gesù: “Quando vi mettete a pregare, se avete qualcosa contro qualcuno, perdonate, perché anche il Padre vostro che è nei cieli perdoni a voi i vostri peccati» (Mc 11,25)
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Vari tipi di preghiera.
La preghiera più frequente che noi rivolgiamo a Dio, e spesso è purtroppo l’unica, è la preghiera di petizione o di richiesta. Abbiamo bisogno e ci rivolgiamo a Dio nostro Padre. Gesù stesso ci ha detto: «Chiedete e vi sarà dato; cercate e troverete; bussate e vi sarà aperto; perché chiunque chiede riceve, e chi cerca trova e a chi bussa sarà aperto» (Mt 7,7-8). Ma la preghiera non può essere solo richiesta. Che cosa direste di un figlio che parla con i genitori solo quando deve chiedere qualcosa? La preghiera deve essere prima di tutto lode, adorazione, amore, riparazione, ringraziamento. Poi sarà anche supplica e richiesta fiduciosa a Dio Padre. Gesù nel «Padre nostro» e Maria nel «Magnificat» ci hanno insegnato prima a lodare e glorificare Dio e poi a fare le nostre richieste fiduciose.Pensando soprattutto alla preghiera di lode, san Paolo ha formulato il principio della preghiera continua: «Pregate incessantemente». Con questo principio si supera la concezione legalista della preghiera, legata a tempi e luoghi determinati, per farne un atteggiamento costante, come il respiro per il corpo.

La preghiera continua

Quante volte si deve pregare? Gesù risponde: Sempre! Se pregare è amare, chiedersi quante volte bisogna pregare, è come chiedersi quante volte bisogna amare. La preghiera, come l'amore, non sopporta il calcolo delle volte. É questione di cuore! É innamorarsi di Dio. Non è possibile dire sempre preghiere; è possibile stare sempre in atteggiamento di preghiera, come è possibile amare sempre. Due persone che si amano si pensano sempre, sono sempre unite. É il colloquio continuo con Dio, fatto di pensieri, brevi invocazioni, atti di amore, sguardi, anche mentre stiamo lavorando. Bisogna unire il lavoro di Marta e l’amore di Maria (Lc 10,38-42).Allora anche il lavoro diventa preghiera e si prega «24 ore al giorno», come insegnava san Paolo della Croce.
Dio è un Padre che vuole dialogare, stare in comunione continua con i suoi figli. La preghiera, più che un dovere, deve essere una esigenza di veri figli: se amiamo Dio, dobbiamo sentire il bisogno di stare e parlare con Lui. La preghiera è il termometro della nostra comunione con Dio e del cammino spirituale.
La preghiera continua è lo spirito di preghiera: una disposizione intima e continua a stare con Dio, a parlargli e ascoltarlo. É una vita incentrata su Dio; una vita che si svolge sotto lo sguardo di Dio; una vita la cui attività è sempre sacra, perché fatta tutta in Dio, con Dio, per Dio: un colloquio continuo con Dio, fatto più con il cuore che con le labbra, più con la vita che con le parole.
La spiritualità orientale ha praticato la preghiera continua con «la preghiera di Gesù», come è descritta nei «Racconti del pellegrino russo»: è l'invocazione continua del nome di Gesù, «Signore Gesù Cristo, abbi pietà di me peccatore». Dopo un po' di tempo questa preghiera diventa spontanea e continua: non se ne può fare a meno. Questo si può ottenere con qualsiasi breve invocazione che accompagna la nostra giornata. Significa fare della giornata un continuo atto di amore, una continua offerta.
Per arrivare alla preghiera continua, occorre però avere anche tempi precisi e specifici per la preghiera. Ognuno deve avere il suo modo di pregare, i suoi tempi di preghiera, lo spazio per Dio. La preghiera continua ha bisogno di tempi di preghiera e i tempi di preghiera alimentano la preghiera continua.

Le preghiere e la preghiera
La preghiera è un dono di Dio, ma è anche un esercizio con molti gradini; essa migliora con l’esercizio. A pregare s’impara pregando. Chi vuole crescere nell’amore di Dio non si deve fermare ai primi gradini, per questo è necessario «passare dalle preghiere alla preghiera», cioè avere meno formule da recitare e più tempo per la preghiera del cuore.
Le preghiere vocali sono i primi gradini della preghiera: sono vere preghiere, solo se sono dette adagio e le parole sono accompagnate dalla mente e dal cuore, come il Rosario e tante altre pratiche della pietà cristiana. Tante preghiere dette frettolosamente e con la mente altrove, non sono vere preghiere.
Anche Maria certamente pregava con le preghiere vocali, ogni volta che pregava con i salmi, come possiamo intuire dal Magnificat, che è pieno di reminiscenze dai salmi. Ma la vera preghiera non si deve fermare qui. Dalla “recita” delle preghiere, dalla “lettura” della Parola di Dio, bisogna passare alla “meditazione” della Parola di Dio e al “colloquio” intimo con il Signore. Se si è fedeli a questo esercizio, il Signore può condurrepoi ai gradini superiori della preghiera, al «silenzio» amoroso, alla «contemplazione» e all’unione piena con Dio.

Quando la preghiera diventa fatica
La preghiera va soggetta ad alti e bassi. Dice santa Teresa d’Avila che alle volte la preghiera è fatica, non è più un'acqua che piove abbondante dal cielo o che scorre da sola, ma è un'acqua che bisogna tirar su con un secchio dal fondo del pozzo, a forza di braccia, perdendone buona parte per strada.
Allora bisogna lottare. La prima lotta è contro le distrazioni, situazioni fisiche particolari o di aridità spirituale. Ne hanno sofferto tutti i santi. Poiché alle volte noi non sentiamo nulla mentre preghiamo, ci sembra che anche Dio non senta nulla e non ascolti. E invece egli sta ascoltando più attento che mai. Bisogna armarsi di pazienza e di coraggio e non cadere nell'errore di credere che, in quella situazione, è inutile stare a pregare.
Bisogna adattarsi umilmente: fare preghiere brevi, ripetere lentamente preghiere particolarmente care. Allora il semplice «restare in preghiera» è l'unico modo per perseverare nella preghiera. È importante non arrendersi e non smettere di pregare. Dio non vuole le nostre estasi, ma la nostra fedeltà e il nostro amore.
Alle volte le difficoltà della vita sono tante e ci sembra che non possiamo farcela. Allora è il momento di guardare in alto, di ricordare che «tutto è possibile a chi prega», perché «tutto è possibile a Dio», come disse l’angelo Gabriele a Maria (Lc 1,37). La preghiera è la forza dei martiri, la forza di tanti giovani, che sanno mantenersi puliti in mezzo a tanta corruzione, la forza di tanti sposi, di tante madri e padri, fedeli alla loro vocazione e missione, mentre tutto il mondo rema contro di loro.
Ma alle volte la lotta è con Dio stesso, quando ci chiede qualcosa che la nostra natura non è pronta a dargli e quando l'agire di Dio diventa incomprensibile. Maria conobbe questa lotta, specialmente sotto la croce.
Ma la conobbe soprattutto Gesù nel Getsemani. Gesù prega e lotta non per piegare Dio alla sua volontà, ma per piegare la sua volontà umana a Dio. Questa è la grande lezione che dobbiamo apprendere.
In questi casi dobbiamo ricordarci che abbiamo una Madre che è maestra di preghiera. Come bambini, dobbiamo metterci accanto a Maria e dirle: «Aiutami a pregare!». Chiediamo a Maria che sia anche per noi, come per gli apostoli nel Cenacolo, la madrina forte e amabile che ci prepara a ricevere il dono dello Spirito Santo, il dono della preghiera «assidua e concorde».


P. Alberto Pierangioli

venerdì 7 novembre 2008

Il combattimento della preghira

La preghiera è un dono della grazia e da parte nostra una decisa risposta. Presuppone sempre uno sforzo. I grandi oranti dell'Antica Alleanza prima di Cristo, come pure la Madre di Dio e i santi con lui ce lo insegnano: la preghiera è una lotta. Contro chi? Contro noi stessi e contro le astuzie del tentatore che fa di tutto per distogliere l'uomo dalla preghiera, dall'unione con il suo Dio. Si prega come si vive, perché si vive come si prega. Se non si vuole abitualmente agire secondo lo Spirito di Cristo, non si può nemmeno abitualmente pregare nel suo nome. Il « combattimento spirituale » della vita nuova del cristiano è inseparabile dal combattimento della preghiera.

(Catechismo della Chiesa Cattolica)